
NOME: Folkentroll
PROVENIENZA: Lecce
GENERE: Viking-Folk
ANNO DI PUBBLICAZIONE:2011
SITO WEB: http://www.facebook.com/folkentroll
INFLUENZE: Folk, Viking, Thrash, Progressive
COMPONENTI: Lorenzo Manco – Vocals; Marco Carangelo – Guitar; Davide Pastore – Guitar; Luca”Megarom”De Marco – Bass; Federico Mauro – Keyboards; Luca Casto – Drums
RECENSIONE:
Pregio dei brani di “Jester Of Chaos“, è la ricerca del particolare, propria della band. Lontana da stereotipi musicali, ben radicati all’interno di un genere come il folk metal, sin da un primo ascolto, si può notare in ogni brano un’interessante commistione di generi diversi, che spaziano dal Folk, al Viking, al Thrash, sino all’Heavy/Hard Rock per certi aspetti. Questa è stata la prima cosa che ho notato dello stile di questa giovane band, i Folkentroll: una grande potenzialità ed una carica di originalità, in un genere che sembra ormai scadere nelle solite banalità.
Analizzando i brani del disco, ho avuto conferma delle mie affermazioni:
1-Apre le danze “Eternal Black Smoke“: un breve intro a suon di tastiere (che sosterranno l’intera atmosfera della canzone), lascia subito che le chitarre accusino un ritmo più energico e veloce, seguito poi per tutta la durata del brano, introducendo le strofe insieme alla voce principale growl. Nella sua grinta, il brano critica la divinizzazione della figura papale e la cieca venerazione dei fedeli, preferendo, come viene cantato nel ritornello, un’eterna fumata nera, con la conseguente caduta del papato. (voto:6.5/10)
2-Segue “Empire of Empires“, che apre con una sferzante ritmica, di chiaro stampo Thrash, addolcita successivamente dal sottofondo medievale creato delle tastiere. Il continuo impiego di riff diversi in questo pezzo, mostra la predilizione dei Folkentroll verso più generi musicali, non limitandosi alle classiche proposte di ormai troppe band odierne, mostrando quindi una ricerca di originalità nel proprio sound.(voto:7,5/10)
3-Jester of Chaos segue con la terza proposta della band pugliese, “Decadence“, forse il brano meglio riuscito del disco, in cui il connubio tra diverse influenze si fa più forte. Il pezzo introduce, con una melodia quasi trasognante, un incalzante ritmo falcato, che disegna la caduta del regno narrato, espressa chiaramente da un climax ascendente del brano, ancora una volta permesso anche dalla velocità d’esecuzione. Il ritornello, attraverso cori epici, smorza la violenza della voce growl, cantando del desiderio di rivalsa del popolo ingiustamente cacciato. Posto a metà canzone circa, è l’assolo di chitarra che, ancora una volta, ci dimostra l’apertura a più generi musicali dei Folkentroll (qui si avvertono infatti, influenze Heavy/Hard Rock).(voto:8/10)
4-”God of pints“, quarto brano del disco, è sicuramente la canzone più energica dell’EP. Ancora una volta le tastiere giocano un ruolo importante, riempiendo e armonizzando sapientemente insieme al basso l’intera esecuzione, ma questa volta il ruolo delle chitarre e della batteria è fondamentale per una resa più potente del suono (senza negare momenti di dolcezza folk) degna di un classico inno alla divinità delle bevute, quale questa canzone si presenta.(voto:7/10)
5-Il disco si chiude con “Amber Tears“. Pilastro portante del brano, sempre accompagnato dalle tastiere, questa volta è il basso, che dona una qualità maggiore all’esecuzione, senza togliere spazio agli altri strumenti. Si ascolti, ad esempio, l’intro, o ancora i pre-chorus, in cui il basso si lancia in cambi di ottave, che accentuano i vari passaggi della canzone, culminando con i cori del ritornello. La struttura della composizione è semplice, come anche il ritmo, e, diversamente dai precedenti, mostra una velocità più contenuta, attribuendo a questo brano una forte connotazione folk.(voto:7.5/10)
-Voto medio:7,3/10; Voto effettivo:7/10
Motiverò ora la scelta di aver tolto la possibilità di un mezzo voto in più, per questo disco: per ogni medaglia esistono due facce.
Gli aspetti negativi di quest’album non sono molti, ma significativi. Come si può notare, rullante e grancassa della batteria sono triggerati; le dinamiche, fondamentali in qualsiasi genere musicale, in questo caso sono inesistenti. E purtroppo quest’assenza, oltre che fastidiosa all’orecchio, non permette di sfruttare la piena potenzialità di alcuni riff. Per quanto riguarda la voce, invece, è poco curata: la voce principale esegue esclusivamente growl piatti, monotoni e necessita di una migliore scansione delle parole, molte volte ridotte a pura aria inspirata. I cori nei vari ritornelli, anch’essi sono poco curati, e meriterebbero una maggior attenzione, in un genere simile.
I suoni del disco non sono dei più appetibili: in particolare il suono delle chitarre, troppe volte risulta pastoso.
Infine, quel che è anche il pregio dei Folkentroll (commistione di più generi), alle volte sembrerebbe più un azzardo poco curato, per quanto riguarda alcuni passaggi.
Il giudizio dato è comunque pienamente meritato, e questi sono punti che una band attiva da soli 3 anni, può migliorare benissimo nel corso della propria esperienza.
E i Folkentroll possiedono tutte le carte in regola per andare oltre, dimostrandolo con Jester of Chaos.
Scritto da : Giorgio